Un passo indietro: manifestazione di piazza Navona dell'8 luglio. Anche in quell'occasione, l'attenzione popolare si è focalizzata sull'uso di alcune tremendissime parole, uscite dalle bocche triviali di Beppe Grillo e Sabina Guzzanti. Le tremendissime parole erano rivolte a Napolitano. Morfeo, sonnecchia...Le tremendissime parole erano rivolte a Ratzinger. Inferno, diavoloni frocioni attivissimi...Le tremendissime parole erano rivolte a Carfagna. Pompini, pratiche erotiche...Qualcuno ha pensato che le parole ed il tono usati fossero propri del linguaggio artistico dei due comici, qualcun'altro che non si parlasse affatto di satira, bensì di volgarità gratuita.Essendo in un paese libero, ognuno può dire ciò che vuole, prendendosi in seguito le proprie responsabilità: funziona così, non vi è alcun dubbio. In Italia, la querela è diventata una moda, soprattutto se i querelanti sono i potenti. Sicuramente, le querele che sono piovute sui vari Travaglio, Luttazzi, Santoro, Guzzanti, Grillo (&Co) sono legittime: uno può esprimersi liberamente e la parte chiamata in causa può reagire come meglio crede.Unico problema: i media. Inizialmente sollevano un gran putiferio, quasi la querela fosse innegabilmente fondata e la sentenza già a favore del querelante. Giornali e telegiornali diventano processi sommari che deviano l'opinione pubblica. Molti percepiscono la querela come arma necessaria per far tornare l'ordine e bandire dalla società sana tutti quei personaggi scomodi, triviali, esagerati, giustizialisti, con la faccia di Lenin tatuata sul bicipite...Tuttavia, spesso i media non riportano con lo stesso ardore come sono andate a finire le querele.Qualcuno si ricorda come sono andate a finire le censure e le querele degli anni passati? Visto che molti credono ciecamente ai numeri, alle statistiche fantasiose, alle dichiarazioni ridicole della Casta, perché non presentare su un piatto d'argento le cose come stanno? Nell'utopica speranza che chi è ancora convinto di vivere in una democrazia sana si ricreda ed inizi a riflettere su ciò che si dovrebbe fare per cambiare questo paese, a destra e a sinistra.Ecco come stanno le cose:Diktat bulgaro, 18 aprile 2002, Berlusconi tuona:
[...]L'uso che Biagi, come si chiama quell'altro... Santoro, ma l'altro... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga.
Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? [...] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri [...]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto - dia un'occhiata - nella Costituzione. Lavoro qui in RAI dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto [...]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci.
[...]il direttore generale Saccà mi ha mandato la disdetta del contratto con ricevuta di ritorno, che è la cosa che mi offende di più. Io sono stato licenziato con ricevuta di ritorno, perché magari potevo dire "non lo sapevo... ma guarda, mi hanno cacciato via e non me n'ero neanche accorto!". E dalla dirigenza della RAI non ho mai più sentito nessuno...
[...]scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia...
in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi
Buonasera, scusate se sono un po' commosso e magari si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. C'eravamo persi di vista, c'era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall'ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita...
Mi sono battuto perché Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato
Di che cosa sono colpevole? Di aver gravemente diffamato Previti, scrivendo la pura e semplice verità: cioè che l'indagato Previti era indagato. Il 24 novembre '95 esce sull' "Indipendente" un mio articolo sui rapporti e le amicizie di Craxi e Berlusconi negli anni 80. Previti compare una sola volta, in una lista di amici dei due amici, "futuri clienti di procure e tribunali". In quel momento, infatti, come scrivono tutti i giornali, Previti è sotto inchiesta a Brescia per il presunto complotto anti-Di Pietro. Mi cita in giudizio nel gennaio '96. Non una querela per diffamazione con ampia facoltà di prova, ma una bella causa civile, cioè un processo dove non esiste accertamento della verità, né sospensione dell'esecutività della sentenze fino al terzo grado, né "giusto processo".In caso di condanna, prima paghi, poi eventualmente fai appello e recuperi. In più, per ragioni lunghe da spiegare, non vengono prodotti né la rassegna stampa che avevo predisposto (Cesare Previti nel frattempo viene rinviato a giudizio, processato e assolto a Brescia), né il registro degli indagati dove il suo nome era iscritto dal 29 settembre '95. Risultato: il giudice, il 30 giugno, mi condanna. Motivazione: "Il contenuto diffamatorio si ravvisa... nell'aver accostato l'attore (Previti) a una serie di personaggi colpevoli di aver tenuto condotte gravemente criminose... e nell'averlo qualificato "futuro cliente di procure e tribunali". Ciò in un periodo in cui nessuna indagine era stata aperta nei confronti dell'on. Previti... Non può conseguentemente essere invocata l'esimente del diritto di cronaca".La sentenza arriva per Natale, in busta verde, unita all'"atto di precetto" con cui Previti mi invita gentilmente a scucire i 79 milioni e rotti entro dieci giorni. Da un fulmineo controllo, scopro che quando uscì l'articolo l' "attore" era pure indagato a Milano (dal 6 settembre '95, per le accuse della Ariosto sulle tangenti ai giudici). Oggi, poi, è cliente anche delle Procure di Roma e Perugia. E al danno si aggiunge la beffa: su suggerimento di Giuliano Ferrara, Previti mi offre uno sconto di 30 milioni, a patto che io "faccia pubblica ammenda". Per aver scritto la verità? Faccio appello, non ammenda. E spero che, intanto, il Tribunale sospenda l'esecutorietà della sentenza. Nell'attesa comincio a pagargli il vitalizio: un pezzo di stipendio al mese.
Come per le cause che vinco, per fortuna la stragrande maggioranza, ritengo giusto che chi mi legge conosca anche le cause che perdo. Di recente ne ho persa una, fortunatamente non penale ma civile, e dovrò pagare 10 mila euro più le spese al dottor Fedele Confalonieri, che si era ritenuto danneggiato dal mio "Uliwood party" pubblicato sull'Unità del 16 luglio 2006. La sua richiesta era di 50 mila euro, il giudice l'ha ridotta a un quinto, anche perchè ha ritenuto offensive solo due frasi, delle tante indicate nell'atto di citazione dello studio Previti (ancora quello...). Chi vuole leggersi la sentenza del giudice di Torino, la trova qui linkata. E' solo un primo grado (anche se il signor Confalonieri i soldi li ha voluti subito), stiamo preparando l'appello, speriamo che lì vada meglio. Per motivi di sintesi, avevo riepilogato le vicende penali (tutte vere e documentate) delle società Fininvest e Mediaset e dei loro dirigenti, da Berlusconi a Confalonieri in giù, senza specificare le singole sigle, ma parlando genericamente di "azienda". Forse avrei fatto meglio a dire "gruppo" e avrei evitato un guaio. A questo dettaglio il plurimputato e pluriprescritto Confalonieri s'è appigliato e su questo il giudice gli è andato dietro. E ha ritenuto offensivo un mio riferimento alla faccia tosta del medesimo, che quel giorno aveva detto cose ai confini della realtà. Rispetto la sentenza, ma non la condivido, e dunque la impugno. Intanto pago. Con l'aiuto dell'Unità.